NR. 14 anno XXII DEL 15 APRILE 2017
la domenica di vicenza
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Il ritorno a casa

Successo di critica e consenso da parte degli spettatori per la pièce proposta al comunale. Intervista con l’interprete principale Paolo Graziosi

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Il ritorno a casa

harold_pinter (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Prosegue la stagione della prosa al TCVI con un celebre dramma, “Il ritorno a casa”, di Harold Pinter, scrittore inglese, poeta, autore di teatro e di cinema, Premio Nobel per la letteratura nel 2005.La vicenda si svolge interamente nell’appartamento di una famiglia middle class inglese dove le dinamiche tra i personaggi si esprimono nello stile abbastanza tipico della corrente di quegli scrittori inglesi definita i “giovani arrabbiati” in cui la rabbia sembra essere coincidente con la rassegnazione e l’apatia e dove tutto ciò che può essere positivo non sembra trovare necessariamente spazio se non per essere demolito. Peter Stein ha diretto il dramma il cui protagonista principale è interpretato da Paolo Graziosi con cui abbiamo analizzato la pièce.

I personaggi di questa pièce sembrano un po’degli automi, scollati dai sentimenti, l’unica emozione o stato d’animo che viene loro concessa è la rabbia, che almeno apparentemente sembra non avere una genesi. Si altalenano tra rabbia (o crudeltà) e apatia e indifferenza.

Paolo_Graziosi (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Paolo Graziosi: “Questa famiglia è un estratto simbolico, metaforico di una situazione molto più radicata e allargata, degenerata da questo sistema di rapporti di convenienza e di causa ed effetto economico, dove tutto è legato al dare per avere e all’avere per il dare. Siamo a una partita doppia quasi finale da un punto di vista di giudizio morale ed etico sulla storia. Poi all’interno di questo c’è una costruzione artistica estremamente raffinata ed equilibrata: la morte di una moglie, di una madre, è quella che condiziona questo mondo dove l’arrivo di un’altra entità femminile scatena tutta una serie di reazioni ed espressioni degenerative di questi personaggi, viene stritolata in questo meccanismo feroce dove non c’è più il sentimento di morale, di convivenza sociale e civile e tutto viene portato alle estreme conseguenze. Il motivo per cui viene denunciata e svelata questa ferocia e perdita di etica è principalmente l’accanimento degradante che hanno verso la vita, verso l’amore, dove tutto si riduce a un desiderio sessuale sterile. Secondo me da un punto di vista teatrale e drammaturgico è una pièce perfetta ed esemplare, forse è una delle punte più alte dell’arte di Pinter. C’è una saggezza all’interno della sua scrittura che poi si riverbera anche sul gioco degli attori, sulla costruzione dei personaggi, su una trama estremamente raffinata, studiata ed equilibrata. C’è una progressione fino arrivare alla scena della seduzione vera e propria quando la donna si concede a questa danza, c’è un’esaltazione del teatro. Chiaramente tutto questo ha a che fare anche con la crudeltà, il modo in cui viene coinvolto il figlio che torna dall’America e si vede trattare la moglie in quel modo, non è una cosa che si vede in tutti i teatri, è piuttosto sconcertante ma anche porta a una materia di riflessione piuttosto notevole”.

Il personaggio della moglie: lei è l’estranea che viene fatta sentire tale, oltre a esserla oggettivamente. È disprezzata, poi la situazione si ribalta.

“È un accenno, a mio avviso, che fa Pinter, lasciando il finale aperto, sospeso, senza chiuderlo, una specie di attesa di questo ribaltamento dove la donna finalmente soggioga questo mondo maschile, lo costringe ai suoi piedi ma è una specie di auspicio che butta lui nel finale dove tutti strisciano ai suoi piedi. Praticamente il ribaltamento di quella che finora è stata la situazione sulla singola persona che si presenta lì”.

peter_stein (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Vediamo che uno degli oggetti di scena più importanti anche a livello drammaturgico è questa poltrona alla quale tutti ambiscono. Il testo è degli anni ‘60 e l’autore è inglese, Stein è tedesco, anche se vive in Italia da molti anni. Per noi italiani la poltrona è un segno che ha quasi perso la sua forza perché è diventato il simbolo di un potere che è volatile e fittizio, al punto che è al centro di tutti gli sketch sulla politica. Secondo lei come viene percepito questo simbolo in queste culture nordiche e quali erano le intenzioni di autore e regista?

“La poltrona a lei ha dato fastidio?”

No ma è un po’ ambigua: forse per loro è un po’ il simbolo del trono, per noi italiani invece è diventata un po’ una barzelletta. Volevo cercare di capire il simbolo in queste culture diverse, visto che importante in questa pièce: forse in un testo scritto negli anni ‘60 in un periodo di forti cambiamenti culturali (che poi Inghilterra e Francia ne sono stati i capostipiti) ha un altro valore, più distaccato e distante, il trono della regina, magari anche una società che mira a riscattarsi in qualche modo.

“Io penso che Pinter abbia messo una poltrona perché aveva bisogno di un interno dove far svolgere la sua storia, un salotto: cosa meglio di una poltrona? Per Pinter tutta questa simbologia della poltrona non credo sia voluta o ci abbia pensato, semplicemente è il modo di raccontare una storia su un palcoscenico, dove ci sono delle cadenze, delle abitudini. Il padre poi, certo è anche un capofamiglia, un padre-padrone, quindi chiaramente il senso del potere viene fuori”.

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