NR. 14 anno XXII DEL 15 APRILE 2017
la domenica di vicenza
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L’omaggio a Coleman e al jazz di Rosario e Fabrizio

Rosario Giuliano e Fabrizio Bosso, assieme a Enzo Pietropaoli e Marcello di Leonardo, hanno reinterpretato la musica di Ornette Coleman, riuscendo a proporre “qualcosa di nuovo”

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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L’omaggio a Coleman e al jazz di Rosario e Fabrizi

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

La celebre rassegna di musica “Vicenza Jazz New Conversations” si avvia alla conclusione e nell’ambito della rassegna che quest’anno è dedicata prevalentemente alle avanguardie, abbiamo incontrato il sassofonista Rosario Giuliani e il trombettista Fabrizio Bosso che si sono esibiti con il contrabbassista Enzo Pietropaoli e il batterista Marcello Di Leonardo al ridotto del TCVI per presentare il loro progetto “the Golden Circle” ispirato al musicista free jazz Ornette Coleman. La rassegna si conclude il 17 maggio. Tutte le info su www.vicenzajazz.org

 

Rosario, questa è una formazione che hai ideato tu e qui a Vicenza Jazz vi esibite presentando il progetto “The Golden Circle” dedicato al sassofonista Ornette Coleman. Di che si tratta di preciso?

L’omaggio a Coleman e al jazz di Rosario e Fabrizi (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Rosario Giuliani: “il nome viene da un disco molto importante che fece Ornette Coleman, uscì per la Blu Note e lo registrò a Stoccolma, in questo locale storico che si chiama appunto The Golden Circle. Lo registrò dopo una lunga assenza: fece una serie di produzioni discografiche fino al ‘57-‘59 e poi si prese una lunga pausa, si dedicò molto a scrivere musiche da film che poi non vennero nemmeno usate e quindi tornò al pubblico a questo locale e il disco si chiama “Live at the Golden Circle”. Diciamo che noi con questo gruppo abbiamo ripreso l’Ornette Coleman precedente, quello che viene dal ‘57-’58, i brani che abbiamo registrato in questo disco fanno parte di quel repertorio lì, dischi come “Tomorrow is the question!”, altri dischi che arrivano alla fine degli anni ‘50. Ci piaceva una cosa in particolare del suo ritorno: quando ritornò sulla scena a suonare per il pubblico, lui disse che questa musica che lui aveva scritto era the new thing, qualcosa di nuovo. Alcuni si aspettano quella musica lì quando ci vengono a sentire, questa è la nostra reinterpretazione della musica di Ornette Coleman, perché noi non siamo dei musicisti di free jazz: abbiamo preso la musica di Ornette, che ci stimola molto però l’abbiamo reinterpretata a modo nostro,  per questo a noi piace “The Golden Circle”, perché è il nostro new thing”.

Fabrizio Bosso: “The Golden Circle” per me è stata sicuramente una cosa molto stimolante e sono felicissimo di aver affrontato questo tipo di repertorio molto difficile e impegnativo: la griglia armonica è scarna, quasi sempre ci si trova a suonare su un accordo solo, quindi è fondamentale l’interplay che si crea coi musicisti, se non avviene quella cosa lì la musica rimane piatta. A differenza di quando suoni hard bop o be bop o un altro tipo di jazz, con dei giri armonici dove magari hai qualche appiglio in più, in questo caso devi veramente essere reattivo, prendere da tutti e riuscire a partire da un’idea e svilupparla insieme ai musicisti, da solo non fai niente, non puoi suonare in maniera individuale”.

Il free jazz si è sviluppato negli anni ‘50-‘60 in America nell’ambito delle battaglie sociali. Eppure è riuscito ad uscire dall’ambito sociale che lo caratterizzava come musica di protesta e diventare un genere per studiosi e intenditori, di sicuro meno popolare di quanto non lo fosse in partenza. Come è avvenuta questa escalation socioculturale?

R.G.: “Secondo me è stato anche comodo dire che il jazz era una musica di nicchia, in realtà non lo è mai stato: pensa al successo del swing con la gente che ballava o del gospel e dello spiritual. Ci sono stati dei grandi momenti di difficoltà, alcuni musicisti hanno avuto più facilità di altri a diventare famosi, la storia del jazz ci insegna addirittura che alcuni musicisti sono diventati importanti e famosi dopo essere morti e non si sono nemmeno goduti il loro successo. Attualmente è diventata una musica anche abbastanza di consumo: il jazz oggi va influenzare tutti i generi di musica esistenti. Spesso c’è il problema che le persone vanno a “vedere” un concerto, non lo vanno a “sentire” e non riescono a farsi un viaggio attraverso la musica, ascoltano un primo brano e una volta che hanno visto i musicisti in faccia e magari li hanno fotografati coi telefonini, distraendosi, è finito. C’è una fotografia che mi ha colpito molto di un concerto di Jarrett: appena lui è uscito hanno scattato la foto da dietro e c’erano tutte le persone con l’I pad e il telefonino. Quello ti porta un po’ da un’altra parte”.

F.B.: “È un problema di educazione perché nel pop vediamo una marea di ragazzini che corrono dietro a un cantante perché hanno sentito un brano e sono capaci di comprarsi il disco e di andare ai concerti per quel brano lì, del resto non gliene frega niente. Questo nel jazz non può accadere. Quando escono questi fenomeni c’è comunque l’idea del singolo tanto desiderato che se te lo prende Radio Deejay o RTL hai svoltato”.

L’omaggio a Coleman e al jazz di Rosario e Fabrizi (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)R.G.: “Una delle cose che ci ha dato più soddisfazione è che la musica di Ornette molte persone non la conoscono perché hanno paura del free jazz e dopo aver ascoltato il nostro progetto hanno detto che andranno a documentarsi sulla musica di Ornette Coleman perché è bellissima. Per noi la soddisfazione più grande è proprio aver portato sul palo e su disco la musica di Ornette Coleman a nostro modo e quando andiamo in giro anche a noi sorprende positivamente perché non riusciamo a credere come è possibile che il pubblico abbia una reazione del genere su una musica così”.

L’omaggio a Coleman e al jazz di Rosario e Fabrizi (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)



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