NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Il grillo parlante: «Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!» di Italo Francesco Baldo: La riforma della scuola di Mario Giulianati

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Il grillo parlante: «Oh Liberté, que de crimes on

Voltaire

 

Il grillo parlante: «Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!»

 

Parte XVI

(continuazione)

 

Introduzione

Il secolo dei lumi, il secolo della libertà, questa la tradizione che si è affermata, ma a ben osservare, quale libertà ? Il nome dovrebbe sempre richiamare la definizione, ma spesso la definizione nel corso dei secoli e a seconda perfino dell’individuo, può mutare e quindi è sempre valida l’affermazione che: “a suoni uguali, non corrispondono significati uguali”. Per questo motivo è sempre opportuno andare alle precise definizioni, inserendole nel contesto (epoca, autore, opera e relazioni con altre, ecc.) in cui furono precisate.

Nell’illuminismo due visioni della libertà si mostrano,una è quella della libertà della coscienza, l’altra e quella della prospettiva di una liberazione da ogni possibile coercizione sia di natura intellettuale, spirituale e politica. Ambedue operano a livello della coscienza d’ogni uomo. Per questo motivo la libertà “illuminata” afferma una coscienza che è considerata o nella condizione d’ogni individuo, che, indipendentemente, dalla struttura politica decide quali sia la sua visione del mondo e quali siano gli “obblighi”, sempre transitori, che egli vuole o non vuole assumersi. L’altra ritiene che la libertà più che una condizione dell’individuo debba essere della politica, dove per politica s’intende non già l’elaborazione teorica di come una società possa raggiungere un bene civile, ma la gestione della cosa pubblica.

 Molti gli autori che si cimentano in queste prospettive e nell’ambito dell’illuminismo francese certamente un posto importante lo occupano, oltre a Montesquieu, di cui abbiamo già riferito, François-Marie Arouet, noto con lo pseudonimo di Voltaire (1694 – 1778) e Jean-Jacques Rousseau (1712 - 1778). Non mancano certo altri pensatori che si coagulano nel lavoro e nella pubblicazione a partire dal 1750 dell’ Encyclopédie, ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, che ha in J.B. D’Alembert (1717- 1783) e D. Diderot (1713-1784) i principali artefici, che mutuarono l’idea dal Segretario perpetuo dell’ Accademia delles scienze di Berlino S.H. Formey (1711-1797) “che aveva meditato un dizionario assai simile al nostro” e aveva messo a disposzione dei francesi quanto aveva già elaborato (J. B. d’Alembert, Il discorso preliminare all’Enciclopedia a cura di M. Renzoni, Firenze, la Nuova Italia, 1978, p.97). Importante è anche l’antecedente, ossia la pubblicazione a Londra, in due volumi nel 1728, della Cyclopaedia or Universal Dictionary of Arts and Sciences (ed italiana Venezia, presso Giambattista Pasquali, 1746-1754), da parte di Ephraim Chambers (1680 – 1740) più volte ristampata e accresciuta (ultima edizione Farmington Hills, Mich./USA, Thomson Gale, 2009). Diderot la tradusse in francese nel 1747, ma non fu stampata, il lavoro poi proseguì, dopo la pubblicazione del Prospectus con la stesura dell’Encyclopédie. (cfr. M. Renzoni, Introduzione, in J. B. d’Alembert, Il discorso preliminare all’Enciclopedia, op. cit., p. XVII).

 Ricordare i principali illuministi francesi che con le loro idee furono “alla base” della stesura dell’Encyclopédie e della loro visione della libertà, ci consente di comprendere al meglio la loro posizione e quanto da loro promosso, che non fu con la Rivoluzione all’altezza dei loro pensieri, ma lascia sempre un dubbio che forse proprio quei pensieri siano la matrice del terrore di Robespierre e nell’affermazione di una visione totalitaria in politica.

 

Voltaire

Il grillo parlante: «Oh Liberté, que de crimes on (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Tra gli illuministi francesi certamente Voltaire occupa ancor oggi una posizione notevole, elogiato, blandito sia in vita sia in morte. Paragonato a Cicerone dal re Federico II di Prussia II (Elogio di Voltaire, tr. it. A. Bruschi, Milano, Il Minotauro, 1995 p.18 e Anonimo, Elogio di Federico II Il Grande re di Prussia, s.l., s.n. e s.d., ma dopo 1786, p.82-83), è spesso ricordato come il padre della tolleranza, dimenticandosi di J. Locke e soprattutto dimenticandosi di molti altri aspetti, cui accenneremo. Voltaire, ingegno poliedrico fece della polemica, della presa di posizione l’emblema della sua vita e ancor oggi è additato da molti intellettuali come un esempio di una visione della tolleranza, a patto che ci si dimentichi del suo Juifs (tr.it. U. Jacomuzzi, e commento di E. Loewental, Milano, C. Gallone, 1997) considerato “il manifesto dell’antisemitismo moderno”. Il pensatore ha sempre e costantemente messo in evidenza la sua visione del mondo, in polemica anche con certo illuminismo tedesco ben rappresentato da G. Leibnitz (1646-1716), che considerava il mondo, questo nostro mondo come il migliore dei possibili. Con l’opera Candido Voltaire intende negare la religione cristiana e la sua visione dell’uomo, che gli impedirebbe di utilizzare la propria ragione perché si basa sulla fede, come se l’uomo di fede non ragionasse (cfr. Benedetto XVI, È ancora possibile credere nel mondo attuale?, in ID, Fede, ragione, verità e amore, a cura di U. Casale, Roma, Libreria Editrice Vaticana, 2009, p.139 ss) . Ciò per esprimere anche la necessità della libertà civile contro la monarchia, ossia l’abolizione di ogni autorità consentirebbe l’emancipazione dell’uomo, che potrebbe quindi esprimere liberamente le proprie idee, consentendo lo stesso a tutti … tranne che ai cattolici e agli ebrei, agli islamici e a tutti coloro che non erano d’accordo con lui.

 Si riconosce certamente a Voltaire una vis polemica importante, che esprime una visione della libertà che è la volontà di ciascuno. Non si tratta però né dell’anima libera del cristianesimo, che egli contesta nel suo Dizionario filosofico, né della coscienza, semplicemente del pensare e agire senza nessun possibile freno, nemmeno quello della libertà.. Infatti, il pensatore con chiarezza esprime la propria prospettiva che è di negazione di qualsiasi religione ed in particolare di quella ebraica e cristiana, perché impediscono all’uomo di servirsi della propria ragione, imponendogli di compiere assurdi atti di fede che in realtà servono solo al potere politico, quasi un’aurea per difenderlo. Analogamente, in ambito politico, Voltaire che considera gli europei “discendenti dei Celti (Dizionario, op. cit., p.111) difende il diritto di ogni cittadino alla libertà civile e politica (in primo luogo alla libera espressione delle proprie idee), in contrapposizione a un assolutismo dal quale egli non si attendeva ormai più alcuna collaborazione. I diversi aspetti della polemica illuministica di Voltaire trovano quindi il loro centro unificatore nella difesa della tolleranza, necessaria perché la natura ha fatto nascere deboli gli uomini e ignoranti; per questo motivo “ Se anche foste – uomini – della medesima opinione, il che certamente non accadrà mai, se vi fosse anche un solo individuo di opinione contraria, dovrete perdonarlo, perché sono io (natura) che lo faccio pensare così come pensa”. (Trattato sulla tolleranza, tr. it. e Presentazione di G. Michelini, Bussolengo (VR), Demetra, 1995 p.101).

 Non sfugga quel “perdonarlo”, che è l’espressione di colui che è superiore e non tollera veramente, ma “sopporta” fino a che può la differenza delle opinioni, perdonandole, ma forse intende anche la necessità del cattolico “spatium vere et fructuose poenitentiae” (?), che non è certo nella recita del rosario, ma piuttosto di un soggiorno a cura della Glavnoe upravlenie ispravitelno-trudovykh lagerej, (Direzione principale dei campi di lavoro correttivi) in qualche zona fredda dell’Asia e in quel concetto di “rieducazione” del dissidente che è mascherato da una visione del diritto penale che è funzionale al potere politico. (cfr. G. Bettiol, Diritto penale e politica, in ID, Gli ultimi scritti e la lezione di congedo, a cura di L. Pettoello Mantovani, Padova, Cedam, 1984, pp.17-28).

 Dove però Voltaire esprime al meglio la sua visione della-286 libertà è nel Dizionario filosofico, proprio alla relativa voce, (cfr. Dizionario, op. cit., pp.284) cui si collega l’altra voce “libertà di pensiero” (ivi, pp.287-290).

 La voce è composta in forma di dialogo tra due personaggi e s’incentra sulla definizione data dal protagonista A, ma ben esplicitata, in forma di domanda, dall’altro, ossia che “la libertà dunque non sarebbe altro se non il potere di fare quello che voglio?”(ivi, p.285), A ben riflettere non v’è altra possibilità di definizione e ciò comporta quasi una somiglianza con gli animali che, pur avendo meno capacità di raziocinio, non sono liberi in modo diverso dagli umani e poco importa che l’uomo abbia un’anima che ragiona molto mentre il cane “quasi non ragiona”. La libertà è il proprio volere “ come mi piacerà” aggiunge l’interlocutore B. La volontà segue quindi il piacere, il vantaggio, ma non vi è il problema della deliberazione al bene. La libertà, in conclusione, afferma l’interlocutore A è: “Voi siete libero di fare, quanto avete il potere di fare”. (ivi, p.286). È la natura che dona la libertà – come diritto – all’uomo; così afferma l’Enciclopedia (vol. IX, p.471, Ed. Neufchastel, S, Faulche), che ben si allontana da quanto sosteneva Dante: la libertà il maggior dono di Dio all’uomo, Divina commedia, Paradiso, canto V, vv. 19-24).

 Dalla voce, sempre del Dizionario, “Libertà di pensiero” ricaviamo la nota posizione di Voltaire contro la chiesa, nella fattispecie dei domenicani, emblema del Sant’Uffizio e della negazione della libertà di pensiero.

 La voce “Libertà” pur succinta pone in luce in modo considerevole la visione che il pensatore aveva del tema. In altre parole la libertà è la coincidenza tra volontà e piacere/vantaggio e dipende dalle circostanze. Non è il fondamento della deliberazione morale che investe la coscienza di ogni persona, è dell’individuo che al pari di qualsiasi animale, pur poco intellettualmente dotato, girovaga nella vita come gli pare, affidandosi ad un potere politico che deve accondiscendere e accettare. Le leggi non servono per la giustizia, ma sono solo in balia degli uomini che le utilizzano a proprio vantaggio “secondo i tempi, i luoghi, i bisogni, ecc. (ivi, p.297), tanto che solo “un pollaio è chiaramente lo Stato monarchico più perfetto” (ivi, p.296), ma, in realtà solo le leggi del gioco” sono le sole che siano dappertutto giuste, chiare, inviolabili ed osservate” (ivi, p.298).

Il grillo parlante: «Oh Liberté, que de crimes on (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Per Voltaire nemmeno lo Stato può garantire alcunché, ogni individuo è in se stesso e vive per se stesso: non vi è necessità morale, essa non è che una parola; tutto quel che accade è assolutamente necessario. Non c’è nessuno via di mezzo tra la necessità e il caso; e voi sapete che non esiste il caso: dunque, tutto ciò che accade è necessario”. (Voltaire, Il filosofo ignorante, tr. it. Introduzione e commento di L. Orlandini, Quinto di Treviso (TV), Pagus, p.57). Infatti, a proposito della virtù (ivi, p.132), Voltaire afferma: “ Ma non dobbiamo dimenticare che tutti i filosofi hanno fornito grandi esempi di virtù e che i sofisti, ed anche i frati, hanno tutti rispettato la virtù nei loro scritti”…non certo nella vita reale, dove solo l’omicidio è giudicato ingiusto (ivi, p.116). Per il resto, ogni individuo fa quello che è in suo potere (ivi, p.138) e forse come ai soli sordi spetta giudicare la musica, così forse solo gli schiavi possono dissertare di libertà (cfr. ivi, p. 150).

 Non vi è più né coscienza né libertà, l’individuo fa quello che può fare, tanto le varie opinioni non possono né debbono influire sullo Stato, che garantisce la giustizia, ossia che tutti facciano quello che possono fare, tranne lo spergiuro, la calunni e l’omicidio che sono comuni a tutti i popoli (ivi, Esiste una morale, p.102). Queste ingiustizie sono state stabilite da Dio, dalla natura (cfr. Dizionario, op.cit. p.280-81), sono insite nell’uomo, ma il perché lo siano non è spiegato, si accetti e si segua questa visione, che non è dettata dalla ragione, come per Pangloss uno dei protagonisti di Candido, ma è e ci si accontenti. Altro non c’è se non l’individuale capacità di vivere agiatamente, come fece l’intellettuale Voltaire a San Souci o in altra consona corte, di cui aveva elogiato nel 1763 il fondatore, cfr. Storia dell'impero russo sotto Pietro il Grande, pubblicata nel 1763 (a cura di B. Allason, Roma, Migliaresi, 1945), sostenendo che questo, servo encomio, era quello che poteva fare.

 

(continua)

 

nr. 27 anno XIX del 12 luglio 2014 

 

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