NR. 14 anno XXII DEL 15 APRILE 2017
la domenica di vicenza
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Il cantautore e scrittore

Intervista con Emidio Clementi, leader dei Massimo Volume, gruppo protagonista a Festambiente, artista poliedrico che alterna l’attività sulle pagine e tra gli spartiti

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Emidio Clementi

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

Foto Michele Memola

 

album_massimo_volume (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Anche quest’anno Festambiente ha ospitato artisti che per vari motivi si sono distinti nel loro percorso, tra i quali il gruppo Massimo Volume, capitananti dal cantautore e scrittore Emidio Clementi. Tra gli esponenti più consolidati di una scena rock indipendente della seconda metà degli anni ’90, impegnata in una ricerca stilistica e di contenuti approfondita e mai scontata, i Massimo Volume hanno un carattere musicale tagliente e affilato dove i testi hanno una grande rilevanza e vengono interpretati in forma più recitata che cantata. Il loro album più recente si chiama “Aspettando i Barbari” e prende il titolo dall’omonimo libro del Premio Nobel John Maxwell Coetzee. Emidio Clementi come scrittore ha pubblicato molte opere e al momento è in tour con un reading dal titolo “Notturno americano” realizzato con Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi del gruppo Giardini di Mirò dedicato allo scrittore italiano naturalizzato americano Emanuel Carnevali.

 

Vi siete sciolti nel 2002 e poi riuniti nel 2009. Un periodo che ha attraversato un decennio abbastanza determinante nella società contemporanea. In un’intervista hai detto che secondo voi il suono che avete ritrovato quando vi siete riuniti era ancora attuale. Nell’arte si susseguono spesso dei cicli che poi ricorrono periodicamente, come si distingue un suono moderno da uno superato? Un suono fuori moda non può essere letto come una ricostruzione storica o un omaggio?

Emidio Clementi (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Emidio Clementi: “Io parlo di quello che noti nel momento in cui fai uscire un disco ai concerti, il fatto che magari ti ritrovi un pubblico che è giovane o molto più giovane di te e in qualche maniera riesci a passare attraverso le generazioni, in quel senso mi sembra che il suono nostro riesca ad essere ancora attuale, perché c’è un pubblico trasversale che viene ai nostri concerti”.

Hai detto :“Dischi per il gusto di farli o come biglietto da visita”. Un progetto artistico serio come dovrebbe essere strutturato ma soprattutto come si riconosce? Un prodotto molto commerciale può essere di pregio anche se i contenuti sono molto leggeri, se non addirittura banali o inutili?

“Beh se sono banali o inutili faccio fatica a pensare che sia un progetto serio. Se c’è della passione dentro, se la gente poi che lo ascolta riesce a leggerci qualcosa che va anche al di là delle intenzioni, se riesce a passare quello che è poi il limite di chi lo ha scritto forse tutto c’ha un senso. Secondo me è difficile anche cogliere cosa è di qualità e cosa meno, poi sai, nel momento in cui tu tiri fuori qualcosa, si trasforma a contatto con la gente, è lì che poi si capisce se è qualcosa di vivo o meno. Penso anche al rock ‘n’ roll, quello più semplice che poi ha avuto 100 declinazioni e in qualche maniera ha avuto una vita diversa, una vita che nemmeno chi l’aveva scritto si aspettava, quello credo sia la freschezza che un progetto riesce ad avere”.

Buckminster (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Tu tratti temi molto differenti, soprattutto in questo ultimo disco i personaggi a cui viene fatto riferimento, il musicista Vic Chesnutt o l’inventore Richard Buckminster Fuller o anche il Premio Nobel per la letteratura John Maxwel Coeetze dal cui libro prendete il titolo per il vostro album: qual è il filo conduttore tra contenuti almeno apparentemente molto diversi?

“Quello che lega i personaggi è che mi piaceva un po’ che fosse un omaggio all’utopia: è tutta gente che si è mossa nella propria esistenza non col buon senso però ha allargato la conoscenza umana e quello mi piaceva. Tutto quello che alla fine lega tutti questi personaggi, da Chesnutt che è un cantautore, a Fuller che è un architetto, a John Cage che è un musicista contemporaneo, era proprio questa idea di andare al di là dei propri limiti”.

Considerando il rock una possibile forma teatrale, i personaggi delle canzoni come si esprimono a differenza di quelli dei romanzi e poi dei reading? Perché il romanzo letto in privato viene vissuto in modo molto diverso rispetto al reading.

“Beh nella musica hai quest’arma a tuo vantaggio che è la potenza del suono, che è tanto perché quello ti permette di utilizzare, nelle canzoni, poche parole però puoi essere evocativo. Invece nella letteratura funziona di meno, le cose le devi raccontare, c’è un utilizzo più denso della parola, nelle canzoni c’è il suono che ti sorregge, ed è molto”.

Però nel reading c’è il suono della voce.

“Però è un suono che si mette più a servizio della parola mentre in un concerto la parola spesso lotta anche con la musica, si deve far spazio”.

Ma secondo te il personaggio ha più forza quando viene sintetizzato nella canzone o quando viene descritto nel libro?

“Dipende, dipende da come lo descrivi, dai libri, dai dischi, sono due linguaggi differenti che si toccano qua e là però rimangono linguaggi differenti. A me non è mai facile passare da un tipo linguaggio all’altro, trascrivere la pagina di un libro e il testo di una canzone non è così immediato”.

Emidio Clementi (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica) 



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