NR. 14 anno XXII DEL 15 APRILE 2017
la domenica di vicenza
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“L’arte accade da sola”

Così la pensa Chris Haring, coreografo, già Leone d’Oro alla Biennale danza che ha portato a Operaestate una pièce che è una sorta di “film coreografico dal vivo”

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Deep dish

Il festival collaterale Bmotion di Operaestate di Bassano del Grappa dedicato al panorama della danza contemporanea si è concluso con la pièce “Deep Dish” ad opera della compagnia austriaca Liquid Loft diretta dal coreografo Leone d’Oro alla Biennale Danza 2007 Chris Haring. “Deep dish”, proposto come un “film coreografico dal vivo” è il terzo episodio di una trilogia dal titolo “The perfect Garden”dedicata alla natura e alla caducità delle cose. Lo spettacolo è visivamente molto ricco e ne abbiamo discusso con il coreografo Chris Haring.

All’inizio della pièce si sente il rumore molto forte di una goccia che cade, che è l’unica cosa che vediamo e che sentiamo. È qualcosa di molto astratto e minimalista che richiama alla natura. Successivamente vediamo molte immagini, qualcosa di molto pieno da vedere. Che significato ha per te cominciare con questo minimalismo?

Deep dish (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Chris Haring: “Penso che se lo si riduce diventa una specie di essenza: da una parte si ha un metronomo, un ritmo, ogni 5 secondi e che cade per tutto il tempo, quindi per me una parte è correlata al tempo, qualcosa che continua e continua, ma dall’altra parte è legato all’acqua. Questa goccia è qualcosa che si adatta a tutto: senza acqua, tutte le piante e le verdure che vediamo sul tavolo e gli stessi esseri umani, noi, non esisteremmo. Qualcosa di molto esistenziale perché alla fine anche ciò che rimane è fondamentalmente l’acqua, la goccia racchiude tutto perché è come un mantra che si ripete, che ti dà speranza anche perché va avanti tutto il tempo”.

Tutta la frutta e la verdura che vediamo sul tavolo sono vere e fresche?

“Sono certamente reali, davanti abbiamo le verdure fresche che qui in Italia sono super, in altri paesi abbiamo allestito tavole diverse, qui ci sono tutti questi colori meravigliosi e grandiosamente ricchi”.

Avrebbero potuto essere finti perché erano davvero perfetti.

“È la verdura del vostro Paese!! Nel fondo c’è del materiale marcito, già preparato, vegetali con vermetti e piccoli animali che il festival ha preparato per noi: abbiamo pianificato col festival che loro ci preparassero del cibo e che lo lasciassero marcire, perché non è permesso imbarcarsi e volare con del cibo in decomposizione”.

Ad un certo punto vediamo che i danzatori mangiano della verdura e della frutta, fanno alcuni gesti e rumori, poi posano le verdure sul tavolo, fingono di mangiare e il gesto si fa più enfatico e spettacolare: è più importante fingere di fare le cose piuttosto che farle realmente?

“È un mondo molto ricco e decadente, direi molto barocco: festeggiamo, mangiamo, non mangiamo, non ci importa delle cose e alla fine rimangono questi broccoli che ballano. È come se l’essere umano fosse molto prepotente, decadente, non fingono, lo fanno per davvero e penso che abbia a che fare con questa idea barocca di saturare sempre molto le cose ma al tempo stesso è anche un’ “ultima cena”, l’ultima tavolata: più la pièce va avanti, più gli esseri umani scompaiono e alla fine rimangono solo l’acqua e la natura”.

Mi aveva colpita il fatto che quando mangiano fanno determinati rumori e gesti che diventano molto più ampi e larghi quando invece fingono.

“Sì, penso che l’essere umano, il corpo, lavori molto con il respiro e che ci piaccia sempre mangiare delle cose: quando cominci a mangiare le cose, cominci col conoscerle e qui in Italia avete una forte cultura del mangiare e del cibo”.

Anche in Austria l’avete.

“Sì ma ciò che mi piace qui è che tutto deve essere assaporato; mi piace andare in un Paese, per esempio, e per prima cosa assaggiare i vini e le cose che crescono lì. Credo che in generale l’essere umano si adatti alla natura o al posto in cui si trova attraverso il l’atto del mangiare, se pensiamo che la prima cosa che facciamo da bambini è che tutto passa dalla bocca”.

Deep dish (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Tu usi il video dietro per mostrare delle cose e dei dettagli ingigantiti, molto più grandi di ciò che la gente vede succedere sul palco, quindi la visione di ciò che accade sul palco potrebbe essere meno importante perché la nostra attenzione è catturata dai video.

“L’intera idea è che noi siamo danzatori, io sono un coreografo e lavoro con il corpo e cerco sempre di dare tutto il tempo, in ogni pièce, uno sguardo diverso sul corpo, che è un corpo contemporaneo ma che è ancora molto connesso con le cose che accadono attorno e il video ci aiuta molto ad avvicinarci a queste cose. Penso che sia un metodo di consapevolezza perché c’è sempre, è intorno a noi, qui, lì, ma spesso noi viviamo ad un solo livello. È uno strumento che ci aiuta a entrare in questo microcosmo perché, per esempio, quando c’è l’arancia che gira, è semplicemente un’arancia ma sembra un grande pianeta, quindi sei in un universo; dall’altra parte all’improvviso hai il cibo marcito con i piccoli vermi che diventa gigante e i pesciolini che forse non sono più grandi di 2 millimetri e che pure ci sono. In generale in tutta la pièce l’essere umano scompare in un microcosmo”.

Deep dish (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

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