NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Guerra e pace: non occorrono case, ma menti e cuori di Italo Francesco Baldo; Un vincitore e quanti vinti? di Mario Giulianati

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Guerra e pace: non occorrono case, ma menti e cuor

Guerra e pace: non occorrono case, ma menti e cuori

 

Introduzione

Guerra e pace due termini che sembrano sempre l’uno richiamare l’altro, tanto che spesso si sostiene che la pace altro non sia che la cessazione della guerra. Negli stessi movimenti pacifisti talora vi è un vocabolario “bellico” ovvero “si lotta per la pace”, si devono abolire coloro che promuovono la guerra, esistono pure i guardiani della pace. Emblematico al proposito tra chi ha scritto di pace il vicentino Elio Girelli con il suo volume Poesie per la pace (Conselve (PD), Veneta Editrice, 1989. Il termine pace nel volume di poesia compare solo tre volte e fin dalla Dedica è chiara l’impostazione politica dell’Autore: “A voi proletari, che siete alfieri del popolo, alla cui classe sono fiero d’appartenere, dedico questa mia breve raccolta Poesie per la pace perché tutti insieme possiamo stringerci a combattere, con verbo infuocato tutti gl’infernali guerrafondai incalliti del mondo” Le poesie inneggiano alla lotta proletaria a quella partigiana, e si compendiano nel “uccidi, ammazza la Belva imperialista” (Ivi, p.32). Il pacifismo spesso con tutta la sua carica di ideologia, non costruisce la pace, anzi ne aumenta il rischio ed è celebre quella manifestazione a Padova per la pace in Palestina, dove lo slogan principale era: “Armi,armi ai fedayn”.

Riflettere sulla pace significa accoglierla come “ a priori” della vita, non come soluzioni di conflitto e dalle parole mai coinvolte in linguaggi che possano assomigliare a quelli bellici come la formazione di “guardiani della pace”, meglio parlare di forse armate, gestite dall’ONU, di interposizione- Chiarezza di parole e quindi di concetti e di conseguenti azioni. Non basta dire “pace. .pace” perché vi sia pace e non è sufficiente avere una Casa della pace, come hanno voluto diversi comuni d’Italia, che poi nel corso degli anni hanno di fatto cessato le proprie attività, perché nate sull’onda di prospettive partitiche e idelogizzanti e non di autentica visione di pace. Una casa della pace non è la sede organizzativa di manifestazioni contro qualcuno e non ha partecipanti che sostengono la necessità della lotta contro qualcuno.

 

Pace e guerra

Guerra e pace: non occorrono case, ma menti e cuor (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) 

 Eraclito, detto l’Oscuro

 

 Ad Eraclito d’Efeso, si deve una delle più importanti definizione della guerra. In un celebre frammento, egli sostiene che “polemos (la guerra) è padre di tutte le cose”, in altre parole: senza conflitto non vi è vita nel mondo. La posizione dell’Oscuro, così era anche definito il filosofo greco, ha avuto sempre illustri seguaci, anche in coloro che hanno ritenuto, come Platone, che per avere la pace bisognasse preparare la guerra. La riflessione filosofica greca non conosce una posizione di pace assoluta, questa è invece affermata solennemente da Aristofane nella sua commedia la Pace e da Euripide. Nella tragedia Le supplici è rilevata l’importanza della pace e la stoltezza della guerra, che arreca lutti e rovine anche a coloro che dichiarano guerra, sperando solo nella rovina del nemico. Nel mondo greco però prevale la posizione d’Eraclito. Nel mondo romano la pace è una tranquilla libertà, ma di essa non vi è una compiuta elaborazione, questa è considerata solo come la cessazione della guerra. Quando le porte del tempio di Giano, dio della guerra, sono chiuse, vi è pace. Nemmeno Augusto riuscì veramente a chiuderle. La riflessione sulla pace e la guerra nel mondo cristiano hanno un’elaborazione molto complessa.

 

Guerra e pace: non occorrono case, ma menti e cuor (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Se la pace è rappresentata da Gesù Cristo, la guerra rappresenta la negatività assoluta. È vero, però, che lo stesso san Paolo usa talora un linguaggio militare, ma non per una dimensione bellica, ma per rilevare, come per analogia, la scelta cristiana sia una lotta contro il male, che invade o tenta di invadere la realtà dello stesso cristiano. Giustino nel II secolo d.C. nell’opera Dialogo con Trifone, commentando Michea, sostiene che la guerra, se si sceglie il messaggio evangelico, non si effettuerà, anzi “tutti muteranno i loro strumenti di guerra, cambieremo le spade in aratri, le lance in strumenti agricoli e coltiveremo la pietà e la giustizia.” Ma il problema non sarà quello di muovere guerra, ma uno ben più forte, e sarà quello intorno alla liceità della guerra di difesa, che uno stato può condurre anche in difesa della religione. A questo proposito la posizione di Sant’Ambrogio è chiara. Nel De officiis ministeriorium sostiene che vi può essere la necessità della guerra per difendere lo stato e la giustizia, e Sant’Agostino precisa ulteriormente che una guerra difensiva è sempre giusta, ma il problema guerra non può essere considerato in sé, ma in relazione al benessere dello Stato. Egli ha in mente il problema delle invasioni barbariche e la difesa dei cristiani accusati di aver consentito con il loro affermazione di pace la rovina proprio dell’Impero Romano. Lo Stato è necessario per quella naturale tendenza degli uomini a vivere insieme e quindi la sua difesa è un dovere. L’elaborazione nel mondo cristiano prosegue con molti autori, tutti sottolineano il bene della pace e la negatività della guerra. Gli uomini fanno la guerra, ma dovrebbero sempre prima preoccuparsi della pace. Così le Crociate non nascono, come oggi è di moda affermare, per una velleità imperialistica, ma perché i Turchi minacciavano l’Impero Bizantino e la stessa Europa. Esse nacquero come difesa non come offesa, anche se come tutte le guerre, gli orrori che si perpetrano, furono enormi e da ambo le parti. Proprio la minaccia turca nel Cinquecento spinse uno dei maggiori pensatori sulla pace, Erasmo da Rotterdam, a sostenere la necessità della guerra. Sì proprio lui, che è considerato il pensatore che considera la pace come l’a priori della vita dell’uomo, sostenne che contro chi invade e distrugge, contro coloro che s’insinuano nel corpo della cristianità, come i bacilli di una malattia, è possibile muovere guerra. La guerra non sempre e in ogni modo, ma solo dopo aver espletato tutte le possibilità di pace, anche quella di comprarla. Ma se ogni tentativo fallisce non ci si può far distruggere. Nell’opera Utilissima consultatio de bello Turcis inferendo (prima traduzione italiana Guerra ai Turchi, Piovan Abano T, Padova 1996) scritta per unire contro il pericolo dei Turchi che avevano invaso ormai tutta l’Ungheria e nel 1529 addirittura assediato Vienna. La guerra e l’accettazione dell’invasione turca non sono la volontà di Dio, come sosteneva Lutero, ma sono avvenimenti, afferma Erasmo, causati dalla poca unione della cristianità, dai conflitti interni, ben peggiori della guerra esterna. Il pericolo di distruzione che i Turchi potevano portare, va combattuto; ci si può, anzi ci si deve difendere. Il messaggio d’Erasmo non fu seguito. La vittoria a Lepanto moderò l’espansionismo turco, che fu sconfitto solo nel 1699 con la pace di Carlowitz. L’elaborazione sul tema della guerra successivamente s’incanalò nell’ambito giuridico e del diritto internazionale. Tra le posizioni più interessanti nel rifiutare la guerra, mediante progetti per la pace perpetua, vi è quella d’Immanuel Kant. Essa indica che la pace si può ottenere solo con il concorso di tutti: tutti devono abolire gli eserciti permanenti, tutti non devono armarsi. Così si pongono le basi della pace. Ma l’Ottocento non conoscerà lo sviluppo di questa posizione, anzi verrà sempre più teorizzato il conflitto. Il filosofo Hegel sosterrà addirittura la liceità della guerra d’offesa per difendere la nazione. Sul piano sociale Marx, il seguace di Hegel, sosterrà la guerra, chiamata lotta, di classe. Nel Novecento ben sappiamo quale sia stato il ruolo della guerra d’offesa, soprattutto nel secondo conflitto, quando l’organica alleanza dei totalitarismi di Germania e URSS la scatenò per il possesso della Polonia.

Guerra e pace: non occorrono case, ma menti e cuor (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Uscire dalla logica di guerra non è facile, ma si può se non si fa del pacifismo ad oltranza più come atteggiamento che come sostanza e soprattutto come visione ideologizzata della vita politica. Si devono mettere in atto tutte le possibilità deterrenti, già lo affermava Erasmo e con lui il messaggio di Pio XII Optatissima pax del 1947 e tutto il pontificato di Giovanni Paolo II. La pace non è il frutto di una guerra, ma è uno stile di vita delle persone e degli Stati, soprattutto quando essi si uniscono, lasciando da parte gli interessi particolari, di cui la Francia è esempio già dal Cinquecento, quando si alleò con i Turchi, e promuovendo con fermezza proprio la pace, sapendo che la giustizia si deve difendere anche con sacrifici.

 

Italo Francesco Baldo

 

nr. 05 anno XX del 7 febbraio 2015 



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