NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Stadio Heysel, una tragedia anche vicentina

Tra le 39 persone morte a Bruxelles il 29 maggio 1985 anche due bassanesi, Mario Ronchi e Amedeo Spolaore. In un libro scritto dai giornalisti Lazzarotto e Pozza assieme all'ex arbitro Agnolin il loro ricordo, ma anche le testimonianze di una dozzina di sopravvissuti

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Stadio Heysel, una tragedia anche vicentina

(C.R.) È anche una "storia vicentina" quella che riguarda la tragedia allo stadio Heysel di Bruxelles, dove il 29 maggio 1985, prima dell'inizio della finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool, morirono 39 persone, di cui 32 italiane, e ne rimasero ferite oltre 600. Nei tumulti provocati dagli hooligans inglesi morirono infatti anche due bassanesi, l'imprenditore Mario Ronchi e il dentista Amedeo Spolaore, che facevano parte di una comitiva di appassionati, piuttosto numerosa, partita dalla città del Grappa e dagli altri comuni del comprensorio bassanese.

In occasione del terzo decennale di quella tragedia assurda i giornalisti vicentini Domenico Lazzarotto e Luca Pozza, assieme al bassanese Luigi Agnolin, ex arbitro internazionale e poi dirigente calcistico, hanno voluto dare il loro contributo realizzando il volume "1985 Heysel - 2015 Per non dimenticare...", edito dalla Rumor Industrie Grafiche di Vicenza. Il volume, di 128 pagine e suddiviso in quattro parti, è correlato da una quarantina di immagini e foto, per buona parte inedite e mai pubblicate, scattate prima e dopo la tragedia. La prefazione porta la firma dell'avvocato Sergio Campana, pure di lui bassanese, fondatore e presidente onorario dell'Associazione Italiana Calciatori.

I tre autori hanno ricostruito quanto successo da una prospettiva inedita, riportando le testimonianze di diversi vicentini presenti allo stadio Heysel, quasi tutti nel settore "Z". Tutti riuscirono a scampare miracolosamente alla morte, al contrario di Ronchi e Spolaore: entrambi erano volati a Bruxelles con amici e conoscenti, o addirittura con il figlio come nel caso di Spolaore. Nel racconto dei sopravvissuti riemergono i momenti di terrore e paura, di smarrimento ma anche di sollievo, tutti "flashback" ancora lucidi nonostante sia trascorso così tanto tempo. Toccanti anche le testimonianze e i profili dei congiunti e degli amici di Ronchi e Spolaore, con ricostruzioni in parte mai svelate prima di adesso. Significative anche le "interviste-verità" ai protagonisti di quella serata, a partire dal telecronista della Rai Bruno Pizzul, che ebbe il difficile compito di raccontare in diretta a milioni di italiani quanto avvenne all'Heysel, pur non potendo rilevare sino in fondo quanto realmente successo. E poi agli juventini in campo, a cominciare da Paolo Rossi a Massimo Briaschi (entrambi vicentini, anche se "Pablito" è toscano di nascita), da Stefano Tacconi a "Zibi" Boniek, sino al tecnico Giovanni Trapattoni. E ancora le prime pagine pubblicate dai quotidiani all'indomani della tragedia e una serie di articoli scritti dai più noti giornalisti dell'epoca e la storia del club bianconero "Nucleo 1985", che ha sede a Bassano del Grappa, sorto dalle ceneri di quella vicenda. La parte finale del libro è un contributo alla memoria, con tutti i nomi e i profili delle 39 vittime.

Il volume è in vendita nelle principali librerie del Vicentino, ma può essere richiesto alla Rumor Industrie Grafiche di Vicenza (senza spese di spedizione) alla seguente mail: nicola@rumor.it. Una parte cospicua dei proventi relativi alla vendita del volume (prezzo di copertina 29 euro) saranno devoluti in beneficenza.

 

Alberta Bizzotto, vedova Spolaore: «Il giorno prima Amedeo andò a confessarsi: alla fine non voleva più partire, ho il rimorso di non averlo fermato»

Stadio Heysel, una tragedia anche vicentina (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Uno dei capitoli più toccanti è una lunga intervista alla signora Alberta Bizzotto, vedova Spolaore, che per tre decenni non ha mai rilasciato interviste e ha deciso di farlo con gli autori del libro. Nelle sue prime parole subito una rivelazione choc. Eccola: «Il giorno prima di partire per Bruxelles Amedeo era andato a confessarsi: forse aveva il presentimento che gli sarebbe successo qualcosa di grave. Un presentimento? Non lo so, non ho mai avuto il tempo di chiederglielo. Anche se purtroppo non ho insistito perché rimanesse a casa e di questo ho ancora rimorso. Forse se l’avessi fatto sarebbe ancora qui. Di certo andare a confessarsi fu una cosa abbastanza rara per lui che era sì credente ma non particolarmente praticante: evidentemente quel viaggio a Bruxelles gli aveva messo addosso molta inquietudine. Tanto che nell’immediata vigilia non aveva più voglia di partire. Amedeo non andava mai al calcio: aveva paura dello stadio e dell’aereo. Era sì di fede bianconera ma non certo un tifoso. Ed invece quella volta ha deciso di recarsi a Bruxelles con Giuseppe, nostro figlio, allora quattordicenne, che rimase gravemente ferito. A lui aveva promesso che l’avrebbe portato a vedere la finale di Coppa Campioni».

«Purtroppo da quel 29 maggio 1985 - le sue parole amare - la mia vita è radicalmente cambiata. Eravamo una famiglia tranquilla e felice, senza grossi problemi. Amedeo era un apprezzato dentista con studio in via Mure del Bastion, io casalinga che seguivo i tre figli: oltre a Beppe, Elena di 20 anni e Francesca di 23. Poi, all’improvviso, mi è cascato il mondo addosso».

Sono passati 30 anni ma per la signora Spolaore è impossibile dimenticare anche il minimo dettaglio. «Di quella notte ricordo tutto, ogni istante, a cominciare dalle terrificanti notizie che rimbalzavano dal Belgio per televisione. Poi man mano l’elenco incompleto dei nomi delle vittime: ma tu speri sempre che i tuoi cari, anche se non si fanno sentire, non siano coinvolti. Ed invece alle 5 del mattino (del 30 maggio, ndr.) alla porta suonano i carabinieri: solo allora tocchi realmente con mano la tragedia che diventa soprattutto tua. L'altro dramma era che non avevo notizie di mio figlio: poi finalmente alle 7.30 dall’ospedale di Bassano mi telefona un amico, dicendo che è arrivato Beppe, un po’ malconcio ma vivo. In quel momento mi mancò il respiro ma almeno ho ritrovato la forza per reagire al dramma che ci aveva colpito. Il grave infortunio di Beppe mi ha dato una incredibile forza interiore per lottare e per guardare avanti. E poi la vicinanza e l’amore impagabile delle due figlie già grandi che con me hanno condiviso il dolore di aver perso il papà ma anche la gioia perché il loro fratello si era salvato. Ma anche l’affetto delle gente mi ha aiutato a superare un calvario che non auguro a nessuno».



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