NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Come dare del tu anche al Monte Bianco

Un infarto archiviato, 60 anni il prossimo anno, lo spiacevole ricordo di un mandato di sindaco a Recoaro dove fu affondato dal politichese nonostante le buone cose fatte, Franco Perlotto torna decisamente alla montagna: prende in gestione il rifugio Boccalatte-Piolti, inaugurato nel 1881 e il più antico del versante italiano sotto le Grandes Jorasses, ma riapre anche il suo leggendario libro delle imprese a partire da El Capitan giù vinto in prima solitaria nel 1986

di Giulio Ardinghi

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Come dare del tu anche al Monte Bianco

Franco Perlotto ci riprova. È già stato gestore di alcuni rifugi alpini nelle Dolomiti, ma ora passa all’artiglieria pesante. Dal 1 luglio ha riaperto il Boccalatte-Piolti, sotto la verticale delle Grande Jorasses, nel massiccio del Monte Bianco. Quella di Perlotto protagonista di decine e decine di imprese alpinistiche intervallate da missioni umanitarie in tutto il mondo, è una vicenda personale e pubblica tra le più significative. Prima di decidersi a riaprire questo rifugio dopo sette anni di latitanza (nessuno osava più pensarci a parte il CAI di Torino che poi si è rivolto all’alpinista di Trissino) Perlotto aveva anche attraversato con molte amarezze l’esperienza di tre anni a capo del Comune di Recoaro, fatto fuori alla fine dalle meno comprensibili in assoluto tra le le usuali e incomprensibili beghe del politichese e dei suoi protagonisti.

Come dare del tu anche al Monte Bianco (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Nel 2012 era infatti tornato alla cooperazione internazionale, questa volta in Afghanistan, e aveva mandato in archivio il pensiero di quel paese che nonostante la sua storia di turismo, economia e ricchezza, è stato ridotto praticamente a niente e non riesce più nemmeno ad esprimersi come stazione sciistica dato che non sa che farsene della funivia rimessa in funzione proprio da Perlotto. Insieme con questa esperienza poco piacevole Perlotto ha però messo in archivio anche il suo infarto, venuto nel frattempo, e alla fine ha visto nell’offerta del CAI la finestra spalancata e risolutiva che gli ci voleva per ricominciare davvero con la montagna, il suo vero mestiere. Dopo due mesi di lavoro nel nuovo rifugio ha capito di aver fatto la scelta giusta: non diventerà milionario, certamente, ma sa di aver riavviato un meccanismo importante che ha funzionato e funziona benissimo visto che per il rifugio sono già passati centinaia di alpinisti e ne passeranno tanti altri ancora fino alla chiusura in settembre. La stagione è infatti molto breve, alle prime nevicate serie si indossa l’attrezzatura indispensabile e si scende verso Courmayeur, il fondo-valle, cioè 1500 metri più in basso. I giochi si riaprono così alle porte della prossima estate, da metà giugno in poi, quando si dovranno riaffrontare i problemi di quota che in questo caso vogliono dire rimuovere quattro metri di neve, ripristinare il circolo dell’acqua sfruttando il ghiacciaio, ricreare la cambusa trasportando tutto quel che va riportato lassù per vita e sopravvivenza, e anche ripetere la continua ricognizione d’obbligo sullo stato del ghiacciaio che lambisce su due lati proprio lo sperone sulla cui sommità si trova il rifugio. Nell’ultima parte di questa cronaca vedrete le misure che a questo proposito ha dovuto prendere il sindaco di Coumayeur per evitare pericoli alle vie di accesso al Boccalatte senza che peraltro il rifugio corresse rischi diretti.

Il quadro di sfondo è quello di un fascino indistruttibile e permanente: pochi punti di riferimento tecnico/umano riescono ad avvicinare il potere evocativo delle grandi montagne. Ad esempio le Grandes Jorasses che fanno da corona nord al massiccio del Bianco, e poi gli uomini che ne hanno firmato la conquista: da Walter Bonatti a Cesare Maestri, da Riccardo Cassin a Gino Soldà. Lo spigolo Walker, sul versante che dà a nord, è stato considerato e lo è ancora come uno dei campi di battaglia più ardui per chi arrampica: prima della stagione himalayana questo delle Alpi era il riferimento quasi unico per tutti gli alpinisti della generazione in attività tra i 40 e i 70 del Novecento, tanto quanto le direttissime del Sassolungo, della sud della Marmolada, della Grande di Lavaredo, oppure della nord sull’Eiger. In particolare le Grandes Jorasses rappresentano uno dei rebus più difficili da dipanare in assoluto dato che agli oltre 4300 metri di quota di almeno due delle vette principali si arriva soltanto attraverso un mare di ghiaccio e roccia in perpetuo movimento: chi si propone questa sfida deve partire del rifugio Boccalatte-Piolti non più tardi dell’1 del mattino, pena il ritrovarsi verso le 6 sotto una pioggia di slavine. Che sono il duro eanche se non troppo frequente mortale tributo pagato a questa fantastica parete tra le decine e decine offerte dal Monte Bianco.

E Boccalatte-Piolti evoca a sua volta tanto altro ancora. Costruito nel 1881 aggrappato ad uno scoglio enorme appiccicato come un fratello minore al sistema delle Grande Jorasses, è il primo rifugio storico del versante italiano del Bianco, è a quota 2803, in posizione comoda (si fa per dire) per chi vuole andare in vetta. I 1600/1800 metri che restano di ascesa (dipende dalla vetta che si vuole raggiungere) si affrontano certo molto meglio partendo da lì anziché dal fondo valle che è altri 1500 metri più in basso. Eppure il rifugio, proprio per le fortissime difficoltà logistiche che propone è di per sÈ un problema di organizzazione, un problema che ora Perlotto ha saputo risolvere perché la stagione è trascorsa benissimo.



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