NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Festa dei Oto: avviata al tramonto?

Sicuramente non è più quella della tradizione ripristinata dopo la Grande Guerra – Le polemiche legate al luna park e al prezzo troppo alto che i giostrai vogliono meno esoso, rimangono in realtà in secondo piano se si considerano altri parametri che si sono fatti incostanti: la festa religiosa sempre più distaccata da quella laica, e questa senza più le iniziative di un tempo, come ad esempio il mercatino dei Portici – La frattura più profonda con Campo Marzo, troppo corrotto in tempi normali per ridiventare bello a comando

di Giulio Ardinghi

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Festa dei Oto: avviata al tramonto?

C’è una sensazione molto diffusa che ci ha indotto a parlare con vari interlocutori della Festa dei Oto: che si tratti di un prodotto in transizione, avviato se non proprio al tramonto verso una destinazione molto staccata e differente da quel che la tradizione suggerirebbe. Dinamiche sociali in forte mutazione, la devozione in evidente calo a tutti i livelli, a cominciare dalle parrocchie dirette molto spesso a gruppi dallo stesso prete per la crisi di vocazioni, la stessa specificità dei frequentatori del luna park, oggi con forte componente della seconda generazione di immigrati, e poi lo stesso ruolo e la stessa immagine di Campo Marzo. È sempre più difficile riconoscergli una funzione privilegiata di grande spazio in pieno centro città quando la normalità delle sue cronache è fitta di droga comprata e venduta quando non di aggressioni, risse, accoltellamenti. È ancora possibile una volta all’anno restituire al parco la sua dignità e per tutto il resto lasciare che le cose vadano come stanno andando?

Di sicuro c’è una sostanziale incertezza accompagnata da un disagio di qualche dimensione. Non è un caso se l’amministrazione comunale ha piazzato nello Spazio Verdi, dall’altra parte rispetto alle giostre e a ridosso del parco giochi, un festival di quattro giorni, dall’8 all’11, con offerta di musica, mercatino, prodotti della cucina, ecc., quel che con qualche variante si faceva fino a qualche anno fa, quando sotto i portici di Monte Berico, per tutta la lunghezza, si aprivano le bancarelle. Diciamo che la nuova idea vicino al parco giochi sta a testimoniare che la sensazione generale è arrivata anche a Palazzo Trissino. La caduta di molte iniziative, il passaggio della Rua che avviene soltanto a cadenza biennale, hanno fatto e fanno il resto. Con, di sfondo, quella considerazione di poco fa su Campo Marzo, luogo di normali e torbidi affari in tutto l’arco dell’anno e poi di punto in bianco di nuovo all’evidenza dell’immagine migliore della città solo in virtù di una festa sia pure importante e legata ad una tradizione importante. E proprio a proposito di Campo Marzo, anche considerato sotto l’aspetto più elementare dell’arredo urbano, si punta l’attenzione di qualcuno dei nostri interlocutori. Ad esempio Claudio Cicero sostiene come vedrete che la ristrutturazione con progetto del parco lo ha reso più fragile, meno abbordabile per tante manifestazioni (a cominciare appunto dal luna park) con il risultato finale visibile che è quello di una diminuzione del numero delle giostre e di conseguenza con un calo della frequenza da parte dei visitatori.

Non tocchiamo poi la specificità dei frequentatori del parco divertimenti. Se qualcuno si impegnasse in una statistica vera di come stanno andando le cose non potrebbe non accorgersi che sono sempre in maggior numero i giovani immigrati mentre calano i vicentini. Questo dato, confrontato con quel che arriva dalle altre statistiche, quelle relative alla Fiera del Soco, antica chiamata a raccolta per commercio di animali e prodotti agricoli, ma nel tempo divenuta molto di più anche se si guarda soltanto ai numeri: 900mila visitatori per quasi 200 espositori su 3500metri quadrati1 di area. Il confronto stacca rovinosamente per Vicenza, non è proprio possibile. Ma neppure è impossibile dimenticarci che certe tendenze a crescere o a calare sono sempre e comunque indissolubilmente legate ad altro, ai fenomeni sociali prima di tutto, ma anche alle manifestazioni che su di sé una città riesce ad offrire all’occhio esterno. La tendenza di questa città a perdere cose profondamente sue quasi senza battere ciglio è diventata proverbiale: l’aeroporto non c’è più, la Fiera ha cambiato letteralmente targa diventando riminese con una presenza vicentina ridotta al 20%, la banca di Vicenza abbiamo visto che fine ha fatto, eccetera. Non vogliamo prendere atto di tutto questo, giusto per trovare risposte buone anche a tutto il resto dei quesiti insoluti? Significa semplicemente –come sottolinea Vladimiro Riva, di VicenzaÈ- che preferiamo nascondere la testa sotto la sabbia e non vedere, non sentire, non capire. Non è un bel quadro. Serve anche a spiegare il declino delle cose più autenticamente popolari, una delle quali è appunto la Festa dei Oto. Non è più quella…

Festa dei Oto: avviata al tramonto? (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)CAMPO MARZO? QUALCHE COLPA- Il dito puntato è anche verso la capacità di Campo Marzo di rispondere a quella serie di iniziative che messe in calendario potrebbero renderlo davvero il polmone verde del centro cittadino. Ne parla Claudio Cicero dicendo che c’è un difetto di fabbrica, per così dire, mai constatato: riguarda la ristrutturazione del parco secondo un progetto che Cicero definisce “sbagliato in quanto ha fatto perdere all’area quella caratteristica che era sua, di spazio robusto a disposizione della gente, per trasformarlo in qualcosa tanto fragile da non reggere del tutto al passaggio delle giostre”. Ma naturalmente l’analisi dell’ex assessore della giunta di centrodestra va molto oltre: “Ho conosciuto la Festa dei Oto nei primi anni 70 quando sono arrivato a Vicenza. Era qualcosa di unico, con tantissima gente e tantissime iniziative. Le giostre riempivano ogni angolo, i visitatori erano migliaia. Non è più così. La gente è in evidente calo così come le giostre e credo che sia lo stesso spirito della festa ad essersi almeno parzialmente dileguato. Bisognerebbe avere il coraggio di fare una bella marcia indietro e tornare a quei livelli di allora. La giunta Hüllweck della quale facevo parte aveva lavorato molto per evitare che si arrivasse ai risultati negativi che vediamo oggi. Inutile pretendere di ricavare qualche soldo dal plateatico delle giostre, ci vuole molto altro, con gli obiettivi che abbiamo inseguito allora quando si fece di tutto, e alla fine con successo, per far tornare la festa in Campo Marzo chiudendo definitivamente con Viale Mazzini dove era stata trasferita da qualche tempo con il rischio di rimanerci del tutto. Il nostro lavoro ottenne successo, ma naturalmente occorrono manifestazioni solide e frequenti, altrimenti questo periodo di festa per tutto il resto dell’anno non rimedierà a quel che il parco è diventato nella sua quotidianità”.

IL GHETTO DI PIAZZALE BOLOGNA- Altre considerazioni Cicero le rivolge alla catena di effetti collaterali che si è sviluppata negli anni man mano che alcuni angoli della città come Giardino Salvi o l’area di Piazzale Bologna finivano stabilmente nelle mani dei clandestini di turno, di immigrati senza ricovero e senza identità, di tutti quelli insomma che continuano comunque a vivere ai margini del centro: “Ni dicono che tutta la zona del parco giochi di Piazzale Bologna è diventata una specie di ghetto infrequentabile; il parco giochi erano l’unico in centro città ed era anche molto frequentato. Mi domando quale mamma ci porterebbe ancora i figli. Per dire che questa tendenza a perdere il controllo di varie situazioni non può non ricadere anche su avvenimenti della tradizione con la festa dei Oto. È normale che ci si arrivi un passo dietro l’altro, anche tenendo in considerazione che i mutamenti della società ci sono e sono visibili. A parte le aree in cui si è deciso praticamente di non intervenire lasciando che vadano come vogliono, c’è da mettere nel conto anche il calo indubbio che si registra nella frequentazione delle chiese e della devozione in genere. Le cose sono cambiate ed è chiaro che una festa come questa almeno per metà determinata da una tradizione religiosa di forte impatto da sempre sulla città non può non soffrire della situazione che si è create. Prima si andava a Monte Berico per la messa, poi si scendeva lungo i portici dove c’era il mercatino e infine si arrivava a Campo Marzo per il luna park. Le bancarelle non ci sono più, i portici sono diventati un dormitorio, alla messa ci vanno soltanto quelli che ancora ci credono e non sono legati al luna park, e giù in Campo Marzo, la popolazione dei visitatori non è più quella di una volta…”.



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