NR. 41 anno XXVIII DEL 25 NOVEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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A spasso per Barcellona, rapiti dalla Sagrada Familia

Tra la magia dell’immensa chiesa di Gaudì e dei suoi otto campanili, i lavori per far passare sotto la piazza l’alta velocità

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A spasso per Barcellona, rapiti dalla Sagrada Fami

Con le treccine cotonate e la voce raschiante, una voce che non conosce incrinature di intonazione, Jon (senza la acca, si raccomanda), avrebbe diritto a immediata cittadinanza giamaicana, oppure ad un tributo ad honorem delle orde Muddy Waters di New Orleans, quelle che da Robert Johnson in su hanno aperto il rubinetto del blues e di tutto il resto arrivato dopo, Rolling Stones inclusi. Invece, Jon è senegalese, ogni tanto incide con un gruppo multipassaporto e anche vende qualcosa, certo infinitamente meno di uno che viaggia sulla cresta del successo.

Nella mattina tarda di una domenica qualunque, sta seduto su un piccolo diffusore quadrato, in mezzo ai piedi un microscopico mixer, in mano il microfono. Questo è tutto, ma basta e avanza per far piovere nel valigino degli strumenti una raffica di monete. Sono le offerte del pubblico che in semicerchio non si limita ad ascoltare mentre si fa sempre più fitto, ma batte il tempo e appena può grida consensi e fa anche di più: in fila, si avvicina a stringere la mano e a dirgli grazie. Sia come sia, con una temperatura non esattamente da centro del Mediterraeo, questa musica e questa voce ti scaldano il cuore e l'anima. Da Otis Reding a John Lennon, da Barry White a tutto il soul che ci si possa immaginare, lo spettacolo si dipana giusto ai piedi della stele intitolata ad Anton Gaudì Corten, molto meglio accreditato dal più semplice e immediato "gaudì".

I lamenti ammalianti del blues prendono quota proprio da quella specie di ombelico per l'orizzonte dei catalani che si chiama Sagrada Familla, l'opera delle opere di Gaudì, la firma che non si cancella, l'immutabile riferimento di una città sempre più bella e sempre più dedita a darsi qualcosa di più. A condizione, beninteso, che quel che c'è non se ne vada, resti saldamente ancorato all'immagine e alla tradizione della città, così come tutte le tracce del geniale architetto che di tracce ne ha lasciate dappertutto, anche nelle case di appartamenti della seconda cinta attorno al centro.

Che razza di magia conserva da sempre e proietta al futuro questa chiesa immensa, con questi otto campanili che campanili non sono, perché sono guglie; con questa idea bugiarda delle proporzioni e della prospettiva; con questa fattura che pare solo di pura e sincera sabbia scurita dai decenni e che pure non è sabbia; con questi ricami e trafori che la percorrono dappertutto disorientando chi guarda e si interroga, perfino anche con una qualche ansietà?

Lo spaesamento è obbligatorio, fa parte del bagaglio del turista, inevitabile e perfino piacevole, elemento essenziale della magia di assieme, come la funzione vera di tutto questo non fosse nell'esercizio rigoroso delle liturgie e dei doveri spirituali e neppure fosse nel funzionare da punto di passaggio per code infinite di turisti che non marcano mai visita e ci sono sempre, mese dopo mese, fregandosene all'occorrenza di pioggia e vento.

La Sagrada Familia non ti tradisce mai perché in realtà ti tradisce sempre. Ti tradisce ogni volta che ti stanchi di guardare, le dai le spalle e te ne vai; torna ad ammaliarti e a non tradirti quando ti ripresenti, magari anni dopo, e ti accorgi di non aver mai notato qualcosa d'altro prima; esempio: proprio sulla verticale dell'ingresso opposto ai giardini, non hai mai visto quel cipresso che invece era lì anche dall'inizio. La follia sfrenata dell'architetto, come uno che lanci un pugno di ghiaia, ha trasformato il cipresso in un bersaglio; i proiettili sono una dozzina di colombe di pietra bianca, tanto grandi e sproporzionate da stridere al confronto con le statue di santi e madonne che occupano la nicchia immediatamente sotto, una decina di metri più in basso.

E il cantiere è sempre in moto, non demorde, chiude sabato e domenica per ridare vita il lunedì a tutta questa pazzia che nel tempo si allunga con qualche intervallo da qualcosa come sessant'anni. Dalla ripresa dei lavori, negli anni Ottanta, non c'è più stata interruzione, eppure al fondo del progetto pare davvero non sia possibile arrivare mai. Forse il segreto è proprio questo piantare immense gru dappertutto senza curarsi di quello che i costruttori ed i loro committenti usano chiamare "stato avanzato dei lavori". Come nella tela di Penelope, l'avanzamento c'è, e si vede, ma è l'ultima pagina, l'ultimo rotolo del lucido di progetto che se ne rimane beffardamente in ombra, dentro chissà quale cassetto segreto pronto a saltar fuori come il maghetto dalla scatola a molla. Oppure calcestruzzo e mattoncini, posati di giorno, qualcuno va a disfarli la notte. Vai a sapere.

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