NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Atena e il tribunale degli uomini

Intervista a Vincenzo Pirrotta, che ha scritto e interpreto “Eumenidi” spettacolo inserito nel ciclo dei Classici dell’Olimpico

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Eumenidi

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

Prosegue il 68° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza sotto la direzione artistica di Emma Dante con il travolgente spettacolo “Eumenidi” scritto e interpretato da Vincenzo Pirrotta. Già allievo di Mimmo Cuticchio, Pirrotta conduce da sempre una ricerca nelle radici del teatro antico applicata ai linguaggi contemporanei. Una pièce che il pubblico ha seguito completamente coinvolto tributando numerose curtain calls e lunghissimi minuti di applausi .

 

Le tragedie greche sono sempre attuali e toccano delle zone emotive tutt’oggi sollecitate. La scena del processo, con i giudici umani che discutono come al bar, Atena che sembra ricattare Oreste ricordandogli chi è che lo ha protetto dalle Erinni e altri riferimenti all’attualità potrebbero sembrare semplicemente degli accorgimenti formali per facilitare la percezione di queste similitudini: la gente ride ma c’è qualcosa di terribilmente sinistro e losco in questa scena in cui è ben distinto l’atteggiamento del popolo che si interroga e litiga sulla giustizia e Atena, che simboleggia giustizia e ragione, non ha nemmeno bisogno di litigare perché ha il potere di condizionare le scelte.

Eumenidi (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Vincenzo Pirrotta: “E infatti su questo avrei da dire molte cose. In genere si fa risalire la nascita del tribunale degli uomini con questa ultima parte dell’Orestea. Io mi sono molto interrogato, anche quando lo scrivevo, e c’erano molte cose che non mi tornavano: questa nascita della giustizia si fonda su un compromesso. Se andiamo ad analizzare bene quello che succede (e io infatti ho cambiato il finale apposta per provocazione su questo argomento), Atena non decide: istituisce il tribunale degli uomini”.

Delega.

“Delega, infatti, i quali uomini decidono di non scegliere, danno una sentenza di parità e c’è questo monologo di Atena in cui sembra veramente di sentire un vecchio democristiano doroteo sul senso del compromesso, del non inimicarsi nessuno, del patteggiare e di comunque galleggiare su cose ambigue pur di non scontentare nessuno. Le Erinni stesse, che erano state create per inseguire gli assassini, nascono dal sangue di Cronos che viene evirato, si sottraggono al loro compito e accettano di diventare Eumenidi . nessuno ha mai pensato a questo fatto, loro lo dicono, ad un certo punto: oggi è morta la giustizia. Tuttavia accettano di diventare Eumenidi. Questa analisi mi ha portato assolutamente a capovolgere il senso che viene dato a “Le Eumenidi”, in cui si dice che c’è il fondamento della giustizia, io invece dico che, nel monologo finale a cui tu accennavi, che questa terza parte dell’Orestea, in realtà, rappresenta la morte della giustizia perché il tribunale si fonda sul compromesso”.

Però nel momento in cui tutti rinunciano alla violenza, per far contenti tutti, effettivamente la soluzione è positiva.

“Qui non siamo a giudicare cos’è positivo o no, non è questo il nostro compito. Chiaramente io sono per la pace, questo è logico, è una provocazione per andare dentro l’animo degli umani, i pensieri che possono aver avuto le Erinni, Atena, Apollo e gli atti successivi a questi pensieri sono compiuti in favore, appunto, di un ”volemose bbene”.

Sei partito dal documentario “Appunti per un’Orestiade africana” di Pasolini.

Eumenidi (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Ho preso spunto da quello ma soprattutto sono partito dalla traduzione di Pasolini che ha fatto dell’Oreste per Vittorio Gassman al Teatro Greco di Siracusa nel 1960. Mi piace perché era piena di rimandi alla modernità; questo per parlare di un mondo nostro di riferimento, di quotidianità anche non apertamente detta ma che, tra le righe, vorrei ogni sera far arrivare agli spettatori. Qui abbiamo una tragedia statica: sono soltanto le Erinni che rincorrono Oreste e che lo vanno a scovare dapprima nel tempio di Apollo a Delfi, poi nel tempio di Atena. Non succede altro. Quello che mi interessava era mostrare agli spettatori questa ferocia delle Erinni, questo inseguimento che arriva al suo apice in quel coro come se fosse una tarantata, come dei pugni che arrivano ad Oreste che è dentro al cubo e che sente arrivare queste parole come degli schiaffi. Gli spettatori devono sentirsi coinvolti come se fossero essi stessi Oreste. Partendo da questo ho lavorato sul recupero di alcune tradizioni sviluppandole, si ispira alla taranta ma ci sono ritmi assolutamente nuovi che ho inventato”.

C’è la tammuriata che è proprio classica.

“Quella è l’unica cosa che resta di tradizione ed sviluppata per più voci perché, come sai, ci sono delle antifone: una voce solista e il coro che risponde. Qui invece c’è il mio scarto rispetto alla tradizione: è sviluppata a più voci, non c’è una voce solista. È l’unico momento in cui c’è una tradizione pura, poi tutto il resto è reinventato”.

Hai utilizzato varie tecniche di messa in scena, una è quella del cunto, che abbiamo visto anche qui all’Olimpico con Cuticchio in cui la parola viene molto cadenzata, quasi tagliata e ricucita dandogli un peso e una sonorità nuova.

“Anche quello è uno sviluppo, non è il cunto di Cuticchio: l’ho fatto mio mettendo altri ritmi e altre cose. Questo c’è sia nel prologo che nell’epilogo”.

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