NR. 21 anno XXIV DEL 1 GIUGNO 2019
la domenica di vicenza
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Ponte “monumento nazionale”

Dalla Camera il primo "sì"

di Gianni Celi

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Ponte “monumento nazionale”

Nuova puntata sulla tribolata storia del Ponte Vecchio di Bassano, più noto come Ponte degli alpini. Sulla complessa vicenda della sua ricostruzione abbiamo avuto modo di parlarne nelle edizioni precedenti, a cominciare dall’assegnazione dei lavori alla ditta Nico Vardanega di Possagno, alla sua esautorazione fino all’arrivo della Inco di Pergine Valsugana. Per quanto concerne i lavori possiamo dire che, ormai, le prime due stilate, in sinistra Brenta, sono ultimate e che, per le altre due, in destra, si dovrà attendere dicembre per lasciar passare, come sta avvenendo in queste settimane, il periodo delle “brentane”, ma anche per lasciare spazio ai lavori di ripristino della parte superiore del ponte. Questa volta, invece, vogliamo parlare di quel progetto, scoccato diversi anni fa, di richiedere al Parlamento, per lo storico manufatto, il titolo di “monumento nazionale”. Ebbene, possiamo finalmente dire che il primo passo per l’importante passaggio è stato fatto. La settima commissione cultura della Camera, infatti, ai primi di maggio ha detto sì alla proposta di legge che il deputato leghista, del nostro mandamento, Germano Racchella, aveva presentato il 27 settembre dello scorso anno. Il passo successivo ora è il sì del Senato.

Ponte “monumento nazionale” (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Ecco il testo della proposta di legge presentata dall’on. Racchella, sottoscritta da ben 69 parlamentari per l’assegnazione di questo titolo dal grande valore storico-turistico: “Il ponte sul Brenta, detto Ponte Vecchio, Ponte di Bassano o Ponte degli alpini, situato nella città di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, è considerato uno dei ponti più caratteristici d’Italia. Costruito interamente in legno e coperto, ha subìto numerosi interventi e ricostruzioni dalla sua nascita, documentata nel 1209 da Gerardo Maurisio. L’attuale ponte è basato sul progetto di Andrea Palladio del 1569. Il ponte è anche dedicato alla memoria delle centinaia di migliaia di soldati (in particolare i reparti alpini) che, durante la Prima guerra mondiale, attraverso il ponte, salivano sull’Altopiano dei Sette comuni. Il ponte, esistente dal 1209 al 1569, era una fondamentale via di comunicazione fra Bassano e Vicenza. Nel 1315 Bassano venne coinvolta nella guerra tra Padova e Cangrande della Scala e quando quest’ultimo occupò Marostica e Angarano, per difendere il ponte furono costruite due torri. Nel 1402 la guerra tra Gian Galeazzo Visconti e i Carraresi coinvolse anche Bassano: il signore di Milano tentò di deviare il Brenta per privare Padova delle sue difese costruendo un ponte costituito da 94 arcate in pietra dotate di porte in legno utilizzate come saracinesche. Nella notte tra il 6 e il 7 agosto una piena travolse il ponte che verrà distrutto. Nel 1511 le truppe francesi al comando del generale Jacques de La Palice incendiarono il ponte per sfuggire all’esercito imperiale durante la guerra della Lega di Cambrai. Nell’ottobre del 1567 una vigorosa piena del fiume Brenta travolse lo storico ponte preesistente. L’architetto Andrea Palladio fu coinvolto nella ricostruzione sin dai mesi immediatamente successivi al crollo: egli progettò dapprima un ponte in pietra completamente diverso dal precedente, a tre arcate, sul modello degli antichi ponti romani. Il consiglio cittadino bocciò tuttavia il progetto, imponendo all’architetto di non discostarsi troppo dalla struttura tradizionale. Nell’estate del 1569 Palladio presentò quindi un secondo progetto definitivo di un ponte in legno che richiamava, in pratica, la struttura precedente, sebbene radicalmente rinnovata quanto a soluzioni tecniche e strutturali e di grande impatto visivo. Unico rimando a un linguaggio architettonico è l’uso di colonne tuscaniche come sostegni dell’architrave che regge la copertura a due falde formata da serie di capriate in legno. Il ponte è a cinque campate lunghe circa 13 metri, formate da grandi travi in legno, con rompitratta obliqui, che sono appoggiate sui quattro piloni intermedi e sulle due spalle laterali. I quattro piloni in legno hanno una forma idrodinamica rispetto alla corrente del fiume e sono formati da otto pali spessi circa mezzo metro, infissi nel terreno sul letto del fiume e da una serie di pali ad altezza decrescente, che conferiscono un profilo obliquo ai piloni intermedi. A conferma dell’efficienza tecnologica della struttura palladiana, il ponte resistette per quasi duecento anni, crollando a seguito della travolgente piena del Brenta del 19 agosto 1748. Il ponte fu ricostruito da Bartolomeo Ferracina seguendo fedelmente il disegno palladiano. Nel 1813 il ponte fu poi incendiato dal viceré Eugenio di Beauharnais e successivamente riedificato nel 1821 da Angelo Casarotti, con le stesse forme precedenti. Durante la prima guerra mondiale sul celebre ponte passarono le truppe italiane per affrontare la difesa dei territori dell’Altopiano dei Sette comuni e del Grappa. Il ponte fu poi raso al suolo per la terza volta il 17 febbraio 1945: appena passate le 19, ora in cui iniziava il coprifuoco, veniva lacerato da una forte esplosione. L’azione di sabotaggio, che faceva parte di un piano più vasto voluto dagli alleati contro i ponti della pedemontana, fu eseguita da un gruppo di quindici partigiani, tutti armati e in bicicletta, due dei quali trainavano, ciascuno a rimorchio, un carrettino carico di esplosivo innescato. L’attentato purtroppo causò la morte di un bambino e di una signora. Il comandante del gruppo era Primo Visentin, nome di battaglia “Masaccio”, come ricorda la targa presente ancora oggi sul ponte. Il ponte fu ricostruito secondo l’originale disegno di Palladio. Venne inaugurato il 3 ottobre 1948 con la presenza del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Venne ricostruito dall’impresa Giulio Tessarolo & figli di Rosà. Dato che molti operai di tale ditta erano reduci di guerra appartenenti al corpo degli alpini e portavano il tipico cappello con la penna durante i lavori, nacque la leggenda che furono gli alpini a rimetterlo in sesto (da questo evento è nato il soprannome di Ponte degli alpini). Il ponte, infine, fu gravemente danneggiato dalla eccezionale piena del 4 novembre 1966, a seguito della quale venne effettuato un sistematico restauro strutturale. Per l’importanza del Ponte Vecchio come monumento palladiano; per essere unico e strategico nel Paese per la sua rilevante storia; per essere il simbolo di tutti gli alpini d’Italia, dedicato alla memoria delle centinaia di migliaia di soldati che, durante la Prima guerra mondiale, attraverso il ponte, salivano sull’Altopiano dei Sette Comuni e sul Grappa; per essere inserito in tutti i testi scolastici della storia italiana; per essere stato riconosciuto dal Ministero per i beni e le attività culturali come un bene culturale da tutelare (per il cui restauro e consolidamento il Ministero stesso, con decreto 1° settembre 2015, ha stanziato un contributo di tre milioni di euro, inserito nel programma di investimenti per il biennio 2015-2016 per i “Grandi progetti beni culturali”): per tutti questi motivi il Ponte è da dichiarare monumento nazionale”.

Ad onor del vero prima di Racchella erano stati due parlamentari a presentare la stessa richiesta e cioè la bassanese Rosanna Filippin, il 20 marzo 2015 al Senato e l’arzignanese Filippo Crimì (entrambi parlamentari del PD) il 26 marzo dello stesso anno. Le loro due proposte, però, pur registrate esattamente con i numeri1831 per la Filippin e 2990 per Crimì, non sono mai arrivate all’esame della settima commissione cultura della Camera.

Grande la soddisfazione del “Comitato Ponte degli Alpini monumento nazionale” nato agli inizi del 2015 su proposta del poliedrico ristoratore-albergatore Roberto Astuni, che è riuscito a raccogliere, attorno a questa proposta personaggi importanti del Bassanese, fra cui il campionissimo di automobilismo, Miki Biasion e l’imprenditore della Diesel Renzo Rosso. Grande anche la soddisfazione per amministratori e politici del Bassanese. Il sì del Senato alla “promozione” di “monumento nazionale” sarà festeggiato con una solenne cerimonia non appena saranno ultimati i lavori complessivi di restauro, previsti per la primavera del prossimo anno.

 

nr. 20 anno XXIV del 25 maggio 2019



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